Venini e l’isola di vetro

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Sabbia e fuoco, apparentemente diversi sono questi i due elementi che fondendosi danno vita al vetro. Tutto nasce sei mila anni fa, quando, come Plinio racconta, una notte dei mercanti Fenici si riposarono sulle rive del fiume Belo e per riscaldarsi accesero lì il fuoco. Continuando ad ardere sulla sabbia durante la notte, al loro risveglio trovarono una nuova materia.

Era nato il vetro.

Fase I

I veneziani, intuendo la potenzialità di questo nuovo materiale, eleggono l’isola di Murano centro produttivo e culla di questa nuova arte.  

Qui nel 1921 prende vita l’Azienda Venini. Da subito protagonista del distretto, contribuisce alla riqualificazione di un’attività tanto antica quanto unica nel suo genere. La maison del vetro è un vero esempio di tradizione e innovazione. Grazie alle continue collaborazioni con artisti e designer internazionali trova il perfetto connubio che ha contribuito ad affermarne lo spazio nel panorama del lusso. La destrezza con cui gli artigiani modellano la materia incandescente è davvero insostituibile e attraverso i loro gesti il vetro assume le forme più inaspettate.

Seconda parte del processo, il lavoro a freddo

Oggi Venini e gli altri maestri vetrai tramandano con passione la storia e il pregio di quest’arte, testimonianza di un artigianato incorruttibile ed eterno. L’eredità del brand è fatta di opere, fotografie, disegni e scritti che confermano uno straordinario lavoro totalmente italiano, riuscendo a toccare, oltre che la bellezza estetica, quella sfera emozionale che l’effimero mondo del lusso spesso rischia di dimenticare. 

La Firma

 

Valeria Brazzoli

Carlo Cirillo

Anna Maria Kinsky Dal Borgo

Francesca Pollastro

Erica Renzoni

Camilla Titomanlio

È Soltanto l’Inizio

Marzo 2012.

Stavo pedalando lungo via Dante quando, rapito dalla melodia di Yellow, ho inchiodato davanti ad un ragazzo con la chitarra. Mi era capitato spesso di sentir cantare per le strade del centro. Ma mai mi era successo di emozionarmi al punto da mettere in pausa la frenetica quotidianità. Avevo la pelle d’oca, come se a due metri da me ci fosse proprio Chris Martin. E, invece, era soltanto un artista di strada. Soltanto, non per sminuire, ma come il nome d’arte di un talento che non conoscevo.

Tornato a casa sentii il bisogno di scrivergli attraverso la sua pagina Facebook. Volevo ringraziarlo per gli attimi di spensieratezza che mi aveva regalato. Volevo conoscerlo.

Fu l’inizio della nostra amicizia.

Pochi giorni dopo, armato della mia Nikon, strumento della mia passione, decisi di provare ad immortalare le emozioni sui volti di chi, fermandosi o semplicemente passando, rimaneva colpito dalla sua voce. E capii che la sua poesia dava sollievo non soltanto a me.

Soltanto
Qualche giorno fa Matteo mi ha invitato al suo concerto a La Salumeria della Musica. È stato emozionante ricevere il suo terzo volume di cover con in copertina un mio scatto.

SoltantoCD

Ma ancora più coinvolgente è stato sentirlo raccontare la sua storia: mollare le certezze per inseguire il proprio sogno richiede un coraggio che non è da tutti. Ma credendoci ha sconfitto i demoni che lo interrogavano sulle sue scelte. E ancora oggi, a distanza di tre anni, vive e condivide la sua passione.

Passione. Tante volte nel corso dei sei mesi d’aula appena conclusi abbiamo sentito pronunciare questa parola. Sembrerebbe essere uno degli ingredienti fondamentali di un percorso di successo. Un percorso, professionale, che per noi, compagni di banco e futuri colleghi, inizia ora.

Che dire?

#In2014WeTrust

Andrea Serafini

[aSeraPh]
Soltanto

50 Anni con Joel Meyerowitz

Solitamente gli applausi si fanno alla fine. Ma non è andata proprio così lo scorso sabato 26 ottobre all’Auditorium San Fedele. O meglio, non solo.

Joel

Joel Meyerowitz, fotografo americano di fama mondiale, è emerso dall’oscurità del palcoscenico, accolto dall’acclamazione di una platea colma. L’entusiasmo diffuso è andato crescendo per tutta la durata della sua lectio magistralis o, come ha preferito definire lui stesso l’incontro, il suo dialogo con noi.

75 anni di carisma, umiltà e passione per la sua Leica 35mm che porta con sé ovunque vada, anche quel pomeriggio sul palco. Perché non si può mai sapere chi incontrerà, che cosa accadrà. Proprio come quando, tre giorni prima dell’11 settembre, aveva osservato lo skyline newyorkese, pensando di poter immortalare le Torri Gemelle quando voleva.

In un’ora intensa ci ha fatto ripercorrere i vari stadi della sua vita dal 1962 alla tragedia del 2001, illustrando come in questi 50 anni la sua fotografia si sia evoluta e sia diventata sempre più consapevole.

Partendo dunque da un’esigenza di comunicare e condividere la propria interiorità, fu tra i primi ad utilizzare pellicole a colori, allora considerate meno nobili della scala di grigi. Joel comprese la potenza comunicativa del colore e decide di seguire il suo istinto.

Affascinato dall’egoismo frenetico delle metropoli, che permette di immortalare in un unico scatto l’energia che per pochi istanti intercorre tra persone senza alcun legame, si dedicò dapprima alla street photography. Iniziò a trascorrere le sue giornate per le strade di New York, intercettando espressioni e movimenti, sperimentando giochi di luce ed inquadrature, orchestrando sensazioni attraverso il suo obiettivo.

Decise poi di partire per tre mesi, girando gli Stati Uniti su un furgoncino Volkswagen con la sua macchina fotografice appoggiata sulle ginocchia. Guidando e, contemporaneamente, scattando dal finestrino più di 2000 paesaggi.

“Crime scene – no photography allowed”. Queste brusche parole interruppero Meyerowitz intento a fare un reportage poche ore dopo l’attentato al World Trade Center. Interruppero ma non fermarono: per nove mesi visse tra le macerie di quel “cimitero soleggiato” chiamato Ground Zero. Perché questo divieto significava “no history” e Joel non ne era d’accordo.

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Grazie a Leica Camera Italia per aver organizzato questa straordinaria lezione di vita. Grazie al Maestro Joel Meyerowitz per avermi fatto appassionare ancora di più a questa forma d’arte che già amavo.

“If you don’t have a camera, you don’t see it”.

Andrea Serafini

MADE in MAGE: quando la passione diventa lavoro

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Poco fuori Milano, all’interno di un ex capannone industriale nella periferia di Sesto San Giovanni, i sogni prendono realtà. MADE in MAGE, incubatore della moda e del design sostenibile, è un progetto sperimentale di riuso temporaneo promosso nell’ambito della ricerca-azione “TEMPO RIUSO” e gestito da Arci Milano.

In questo capannone giovani start-up con una buona manualità, creatività e tanta passione lavorano ed espongono le loro creazioni in piccoli stand l’uno accanto all’altro.

Osservando i ragazzi lavorare e talvolta fermandomi a chiacchierare con alcuni di loro, mi sono resa conto che l’opportunità offertagli ha un importante valore di crescita tanto professionale quanto individuale. Qui fra tanti giovani pieni di speranza incontro Iury, un ventenne alto e smilzo che avvicinandosi mi inizia a parlare della sua passione ora diventata anche il suo lavoro. Lui ha iniziato, quasi per gioco, riutilizzando le cassette di legno della frutta e verdura, recuperate dai mercati rionali, per realizzare complementi d’arredo e piccoli accessori per la casa. Poi man mano che perfezionava la tecnica iniziava ad avere risconti positivi da parte di amici e parenti. “Ora è il mio lavoro! Salvo le cassette di legno dal destino del rifiuto per dare loro un’altra possibilità, una seconda vita” mi dice orgogliosamente, spiegandomi anche che diversamente sarebbero un vero e proprio scarto, dato che per come vengono trattate non sono riciclabili.

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Ecco che nascono veri e propri oggetti di design, colorati ed ironici dallo stile pop-art; curati nei dettagli e pronti per essere esposti in casa o regalati agli amici.

Iury mi confida che non sa se questo suo lavoro potrà realmente dargli un futuro, ma per adesso è ancora molto giovane e può permettersi di sognare… e noi glie lo auguriamo!

Maria Chiara Di Nuzzo

UNO SPUNTO PER PENSARE !

Guardare YouTube è spesso la possibilità di navigare nel mondo della cinematografia passando dalle prime pellicole in bianco & nero arrivando a quelli più attuali…spesso gli spunti di riflessione che anche solo qualche minuto di un film può darti lascia stupiti, questo in particolare è se vogliamo una riflessione sulla crisi economica, ma anche dei valori di oggi, spiegati da una voce di un bambino che regala sempre un sapore di speranza…”Bisogna pensare..non abituarsi alle cose così come sono e non bisogna arrendersi altrimenti tutti ci perdono…”

 Carla Recupito

Lusso: tra un bicchiere di vino & libertà !

Cercare di definire il lusso con una precisa definizione si rischierebbe di fargli perdere quel carattere di mistero e unicità intrinseco già nella sua parola, di fargli perdere il suo allure che è anche molto psicologico, credo che comunque ognuno ne abbia la propria visione…

Per me esprimere il lusso è sempre stato complesso, è un mondo che ho studiato e provato a conoscere in più parti e in vari aspetti; da quando ero piccola è sempre stato un qualcosa che mi portavo dentro e che non avendo le parole per esprimerlo lo facevo in altre forme ed in ognuna ho sempre cercato di riempirlo di quel lusso che ad oggi definirei “esperienzale”…con un abbraccio sincero, una lunga passeggiata al tramonto dopo lavoro sul lungomare della mia Napoli

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dal lusso di avere il tempo di passare un week end con la mia famiglia riunita, da una conversazione profonda con un bicchiere di vino e un’amica…

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…e diciamolo anche dall’ acquisto di un capo di abbigliamento o accessorio  che mi facesse sentire avvolta da quell’aurea di fascino che ha il lusso materiale, insomma da quella voglia di vivere a 360° e dall’avere una passione che mi ha portato sempre ad andare dove precisamente volevo andare, un vero lusso al giorno d’oggi dove la possibilità di seguire se stessi diventa sempre più difficile.

La parole per definire il mio lusso mi sono arrivate una domenica mattina da mia mamma: “Non sono un uccello; e non c’è rete che possa intrappolarmi: sono una creatura umana libera, con una libera volontà, che ora esercito lasciandovi” si avvicina mi dà un bacio sulla guancia mi regala il libro e mi dice “somiglia proprio a te…” ecco credo che sia questo il vero lusso, essere liberi !

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Carla Recupito

Fausto Puglisi, the next star

Giunti a fine master, nonostante le tante testimonianze e le realtà incontrate negli ultimi mesi, Fausto Puglisi è un personaggio che sicuramente ha lasciato un segno nelle nostre menti.

Siciliano per nascita è espatriato appena maggiorenne negli Stati Uniti. Le sue creazioni “one of a kind” lo hanno subito reso noto negli Usa essendo indossate da star come: Jennifer Lopez, Britney Spears, Madonna, Nicki Minaj, Beyoncè Knowles, Katy Perry e tante altre. E la sua successiva “scoperta” in Italia la si deve a Dolce & Gabbana, che per primi gli hanno fatto esporre le sue creazioni a Spiga2. Suo inoltre l’abito “farfallina” indossato da Belen lo scorso festival di Sanremo.

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Oggi, possiede una griffe eponima ed in marzo 2013 vedremo la sua prima sfilata a Parigi, grazie anche ad Aeffe, per la storica maison parigina Ungaro.

Un personaggio con questo tipo di profilo non poteva certamente deludere le nostre aspettative, ma ha fatto anche di meglio.

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Si è presentato subito come una persona piena di energie, che non stacca dal lavoro prima delle 3 di notte, perché ama la moda più di qualunque altra cosa, e di un amore intenso, intimo. Ma la cosa che probabilmente più ci ha stupito è il suo sapere perfettamente di essere in controtendenza. Fausto Puglisi produce esclusivamente abiti per la donna sexy e sicura di sé. Non gli interessa concentrarsi nella ricerca di accessori.

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Lui stesso ci ha detto: “Voglio fare lo spacciatore della bellezza” perché non vuole creare un brand mondiale, perlomeno non subito, ma rispondere all’ esigenza di distinguersi della donna femminile contemporanea. In tal senso confessa di avere grandi maestri di sexyness come: Gianni Versace, Yves Saint Laurent, Tom Ford ed Halston.

Esuberante eppure estremamente concreto ha una visione del lusso fatto di abiti iper sartoriali; e tutto è fondamentale che sia realizzato rigorosamente ed esclusivamente in Italia.

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Che dire, Fausto Puglisi sicuramente farà onore al Made in Italy!

Roberto

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Eccovi alcuni link utili:

http://www.faustopuglisi.com/

http://www.ungaro.com/

http://www.moda24.ilsole24ore.com/art/industria-finanza/2012-12-06/fausto-puglisi-cosi-creo-185817.php?uuid=AbFRPp9G

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Eccellenza orafa italiana, da Valenza al Mondo

Damiani, eccellenza della gioielleria, nonchè ambasciatore del Made in Italy nel mondo dal 1924.

“La storia dei gioielli Damiani è quella di una famiglia italiana fortemente legata alla tradizione e alla passione per l’arte orafa.”

Guido Grassi Damiani

L’arte orafa una filosofia ed una tradizione, di famiglia e di distretto, che l’azienda Damiani ha saputo tramandare nel tempo, arricchendosi ad ogni cambio generazionale e che ora guarda con fiducia all’estero ed al futuro.

Venerdì 28 Settembre 2012

Stupisce come, entrando nello stabilimento di Valenza, apparentemente una sede produttiva qualsiasi, ci si trovi avvolti dallo scintillio e dal lusso celati al suo interno.

Siamo andati a visitare il cuore dell’azienda per poter respirare in prima persona le realtà behind the scenes della catena produttiva, luogo in cui, dal trattamento dei materiali, viene sapientemente data vita a piccole e grandi creazioni di lusso italiano.

Abbiamo potuto vedere la realizzazione di gioielli unici, composti di materiali preziosi, passione e knowhow.

Ogni creazione Damiani è la più elevata espressione dell’artigianalità italiana intrisa di lavoro creativo, attenzione al design ed impiego di materiali di alta qualità.

Creazioni rifinite a perfezione grazie all’esperienza manifatturiera degli artigiani che svolgono con esperienza ed attenzione ognuna delle tante fasi di lavorazione richieste per una produzione completamente artigianale. Ogni elemento prodotto incarna la storia dell’azienda: la ricerca impiegata, tecnica, tecnologica, stilistica e creativa si unisce per dar vita ad oggetti speciali che incarnano la sapienza centenaria dell’azienda Damiani.

Camilla

Salvatore Ferragamo: storia di un’azienda, storia di una famiglia

Un turista cinese a Milano potrebbe magari non riuscire a pronunciarlo in modo corretto oppure potrebbe non distinguere il nome dal cognome ma di certo sa bene quale sia il valore di un prodotto e del brand Salvatore Ferragamo.

Uno dei marchi di lusso più conosciuti al mondo, un nome simbolo del savoir faire italiano, un esempio di eleganza e di passione rigorosamente “made in Italy”.

Ferruccio Ferragamo, Presidente della Salvatore Ferragamo SpA, non ci racconta solo la storia di un’azienda ma condivide con noi la storia della sua famiglia. “La Ferragamo è più di un business” ci dice, è decisamente qualcosa di più, è un’unione di forze e di passione condivisa che ha permesso all’azienda di diventare quello che è oggi. Salvatore Ferragamo, il padre, fu un uomo tenace e determinato che non perse mai di vista il suo obiettivo, amava il suo lavoro e ne fece una vocazione. I prototipi delle sue calzature prendevano forma dalle sue abili mani anche durante una chiacchierata con uno dei collaboratori, la sua creatività seppe dare vita a delle vere e proprie opere d’arte. Come non ricordare la zeppa in sughero creata proprio dal suo genio: vista la carenza di acciaio importato dalla Germania negli anni Venti dovette inventarsi una nuova struttura che andasse a sostenere l’arco del piede ed ecco che “Cominciai a lavorare con pezzi di sughero sardo– scrive Ferragamo- pressando, incollando, fissando e rifinendo finchè lo spazio tra la suola e il tacco non fu riempito”. La sperimentazione e la creatività erano il suo vero mestiere.

Già agli inizi degli anni Venti il suo nome e le sue creazioni erano conosciuti nei migliori ambienti cinematografici di Hollywood, geniale ed eclettico conferì alle sue calzature uno stile inconfondibile proprio a Santa Barbara in California. Nel 1923 però decise di tornare in Italia e di trasferirsi a Firenze dove era possibile trovare la manodopera e l’artigianalità di altissimo livello di cui aveva bisogno. Avviò così il suo primo vero laboratorio italiano e… il seguito lo conosciamo tutti!

Audrey Hepburn e Salvatore Ferragamo
Sofia Loren e Salvatore Ferragamo

Un’azienda sana creata e sostenuta da una famiglia unita e solida che negli anni ha allargato l’offerta dei prodotti e la distribuzione con ottimi risultati gestendo altrettanto egregiamente il passaggio generazionale. Il ricordo del padre e la presenza di una figura femminile forte qual’è quella della madre Wanda hanno fatto da colonna portante all’intera famiglia e il “lavoro di squadra” fa ancora brillare da ormai più di ottant’anni questo nome sinonimo di classe e di eccellenza.

Ferruccio Ferragamo trasmette con naturalezza ognuno di questi valori e ci ricorda che è importante studiare, approfondire, essere curiosi, tenaci e poliedrici ma soprattutto che certi valori sono più importanti dei numeri.

Francesca Battaglia

 

 

L’architetto della moda

Gianfranco Ferrè come molti altri stilisti, ad esempio anche Roberto Capucci e Tom Ford, ha seguito un percorso personale a cavallo tra la moda e l’architettura.

Laureatosi nel 1969 in Architettura al Politecnico di Milano è da sempre stato attratto dal mondo degli accessori ed ha presto avuto la possibilità di collaborare con Walter Albini e Christane Baily. A tutto ciò è seguita la pregnante esperienza di vita in India, dopo la quale nel 1978 fonda la sua maison e dal 1989 parte l’ esperienza nel nome Christian Dior.

La “progettazione” delle sue creazioni partiva spesso da forme molto semplici che venivano poi accostate in modo complesso od inusuale, un po’ come gli origami giapponesi. Così ebbe vita la sua ricerca sulla camicia bianca, un capo preso dal guardaroba maschile e reinterpretato per divenire assolutamente nuovo e femminile.

Una delle sue doti più grandi risiedeva poi nella conoscenza profonda della materia, riusciva a lavorarla e reinterpretarla tanto da riuscire a  nobilitare il nylon al livello di alta moda e viceversa utilizzando tessuti di pregio come il cammello come rivestimento interno.

Le sue creazioni erano in armonia tra vari mondi: design, arte e cultura. Ed in questo la moda restava il mezzo espressivo preferito in quanto sempre a cavallo tra rigore e fantasia era dunque anche fonte inesauribile per le sue creazioni.

      

Il suo essere architetto è poi una parte fondamentale della sua personalità e torna nella ricerca continua di suggestioni ed emozioni, in un linguaggio di segni e forme, di colori e materiali da esplorare continuamente.

Come ha affermato lo stesso stilista :

«L’abito è uno straordinario mezzo espressivo, uno strumento formidabile per la manifestazione della propria personalità, del proprio carattere, persino del proprio umore. In tempi di globalizzazione e massificazione, l’abito è anche e soprattutto un oggetto del desiderio, uno strumento per essere individui, per piacere e piacersi. Per essere se stessi».

L’abito dunque è espressione di sé per esprimersi e rapportarsi agli altri, un po’ come gli elementi di una città devono comunicare con ciò che li circonda.  Così l’intento era quello di comunicare un messaggio unitario, traendo i molteplici spunti che si presentavano al suo occhio da creativo e “demiurgo della moda” per renderli in una sintesi unitaria.

       

Penso sia apprezzabile il suo aver corso il rischio, l’essere uscito dalla prospettiva di una professione ed una vita più ovvia, per dedicarsi invece a ciò che lo appassionava di più, ma sempre usando gli schemi mentali ed il modo di pensare che solo una solida formazione può dare.

Questa è la “progettazione della moda”.

Roberto