ISOLAZIONISMO RUSSO e RETAIL

Articolo novembre_ISOLAZIONISMO RUSSO

Con la caduta dell’Unione Sovietica, negli ultimi 23 anni, la moda e, in generale, il lusso erano riusciti a entrare in Russia, trasformandola in uno dei mercanti emergenti più importanti. Oggi, però, la Russia sta diventando sempre meno attraente e i russi hanno smesso di essere dei big spender del lusso e della moda quando impegnati in viaggi all’estero, anche perché è sempre più difficile ottenere i permessi per lasciare il paese. Tutto questo è coerente con la politica isolazionista che il governo Putin ha deciso di intraprendere dopo le recenti vicende che hanno visto coinvolte Russia e Ucraina, relativamente alla contesa della Crimea. Recentissime sono anche le nuove leggi relative ai media, secondo le quali entro il febbraio 2017 soggetti stranieri non potranno detenere più del 20% delle quote azionarie di media company russe e ci vorrà il permesso del governo per comprare più del 25% della proprietà di giornali e magazine russi (in vigore già dal prossimo dicembre). Non ultime, occorre ricordarsi delle minacce di Putin di estendere alcuni divieti di importazione, già in vigore per alcuni beni di consumo, anche all’abbigliamento. In tal senso, in ambito distributivo, le mosse delle grandi aziende della moda e del lusso vanno in direzioni diverse.

Alcuni retailer sembrano allontanarsi dalla Russia, chiudendo i loro negozi nella prestigiosa via del lusso moscovita Tverskaya (Omega e Pandora su tutti), al punto che, ad oggi, vi sono 18 proprietà non occupate. Come se non bastasse, altri rivedono i propri piani di investimento ed espansione della propria distribuzione, attribuendo tali decisioni all’incertezza politica che sta affliggendo il paese.

Al contrario, ci sono altri operatori di mercato che sembrano non badare a tale incertezza, come Gucci, che ha recentemente aperto un nuovo flagship store a Mosca, Benetton, che pianifica di aprire 40 nuovi negozi nel paese nei prossimi tre anni, o Inditex, che pianifica per i prossimi anni l’apertura di 50/60 negozi all’anno.

Detto ciò, i dati forniti da società di consulenza e organi istituzionali di varia natura e le testimonianze di chi quotidianamente opera con la Russia sono incontrovertibili e disponibili per chiunque voglia approfondire la questione, a testimonianza di difficoltà oggettive e di comprovate contrazioni in termini di import e export. Però, è altrettanto incontestabile il fatto che, a fronte di una situazione che è la stessa per tutti, le strade intraprese in ambito distributivo sono, come detto, diverse, talvolta semplicemente opposte.

Viene quindi da concludere affermando che se, da un lato, c’è chi sta davvero patendo i fatti di natura politica ed economico-sociale di cui sopra, dall’altro c’è anche chi, invece, con ogni probabilità sta usando tale “scusa” per coprire errori strategici di varia natura, soprattutto in termini di posizionamento, che sono alla base di risultati poco soddisfacenti.

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