Louis Vuitton e Fiesso D’ Artico: La scarpa.

Ore 06.50 del mattino.
Ci mettiamo in viaggio per raggiungere Fiesso D’Artico, distretto calzaturiero che ancora oggi si distingue a livello internazionale.
Si sa, il made in Italy è una di quelle cose che ancora fa sognare il mondo che ci guarda dall’esterno, ma vi assicuro che anche noi italiani, che nella bellezza ci siamo nati e che a questa siamo abituati, siamo stati rapiti da quello che abbiamo visto ed ascoltato.
Poche ragioni mi danno l’entusiasmo per aprire gli occhi alle sei del mattino, ma mi è semplicemente bastato varcare il cancello della “fabbrica” che il gigante francese Louis Vuitton ha costruito a Fiesso nel 2005 per dire “Ne è valsa la pena”.

Ad accogliere chiunque arrivi qui, c’è un complesso curato sin nel minimo dettaglio: rappresentante una scatola di scarpe, non a caso, con opere d’arte contemporanea e una quiete che risulta un’incredibile anomalia, trattandosi di una fabbrica.
Campeggiano i colori chiari, spezzati solamente dal verde del prato circostante.
All’interno della scatola, il saper fare italiano si unisce con lo stile del brand, dando vita a quella che diventa una scarpa Vuitton.
Ci viene data la possibilità di entrare in tutti i padiglioni della struttura, che racchiude le figure e le funzioni più disparate.

La prima tappa del nostro incredibile tour, dopo un’infarinatura generale sul brand e il gruppo LVMH di cui fa parte, ci porta ad ascoltare un ingegnere chimico.
La stanza dove entriamo è piena di macchinari che testano la qualità e la resistenza delle materie prime pregiate da cui nascono queste calzature: la pelle viene tirata, bagnata, e stressata in tutti i modi, cosí come anche i tacchi, di cui si simulano tutte le possibili situazioni di stress.
Dall’ingegneria si passa poi in un attimo all’ala creativa.
Attraversando il corridoio ed entrando dietro l’ennesima porta bianca, ci ritroviamo infatti in un open space dove lavorano a stretto contatto creativi e modellisti: bozzetti, disegni e scarpe sono ovunque. Ogni tanto entra qualche addetto alla produzione, perché qui, ci hanno insegnato, tutti hanno bisogno di confrontarsi con tutti, e si lavora l’uno accanto all’altro per sfornare un prodotto unico nel suo genere.

Abbandonata l’ala creativa, ci addentriamo nel cuore della fabbrica, dove si trovano i 4 padiglioni che lavorano per la creazione di quattro diversi tipi di scarpa.

Il padiglione Alma e quello Speedy, che prendono i loro nomi da due delle più famose borse del marchio, sono i siti dove avviene l’intera produzione, fino al suo finissaggio e posizionamento nelle scatole, della scarpa da donna elegante e delle sneakers uomo-donna.
Nomade e Taiga sono invece i padiglioni dedicati al mocassino da uomo e al made to measure.

Eccezion fatta per le sneakers, dove alcune fasi del processo sono robotizzate, quello che colpisce è il contenuto di artigianalità che c’è dietro tali prodotti.
Ogni scarpa, da uomo o da donna che sia, passa di mano in mano tra persone che hanno il dono di una manualità fuori dal comune e che rappresentano il valore aggiunto del prodotto stesso.
Le fasi che ogni scarpa attraversa per diventare tale sono tante, ma ognuna è svolta da un professionista del mestiere:
Viene innanzitutto effettuato il taglio del pellame (con una macchina, a mano, o a fustella) e successivamente tale pellame viene “preparato” da un addetto che rimuove la pelle in eccesso. Il semilavorato continua poi la sua corsa verso il traguardo passando nelle mani delle orlatrici, che lavorano parallelamente per dare vita alla prototipia e al campionario da un lato, e per la produzione vera e propria dall’altro.
Segue a tutto ciò la fase di montaggio vero e proprio della scarpa, che viene assemblata manualmente attraverso le fasi di cardatura, apposizione della suola e dell’eventuale tacco.

Questo che ho provato a descrivervi in poche righe è un processo che va avanti incessantemente e con lo sforzo di centinaia di persone che collaborano per ottenere un prodotto finito che percepiscono, e che è, una loro creatura.
Descrivere nero su bianco l’atmosfera che si respira dentro questi luoghi non rende affatto l’idea. Sono luoghi fatti di persone, passione e lavoro che potrebbero raccontarsi da se.

Torno cosí a casa arricchita da un’esperienza che non mi ha semplicemente insegnato come funziona il processo di creazione e produzione di una scarpa, e non mi ha semplicemente mostrato la potenza di un marchio mondiale, ma mi ha fatto rendere conto del fatto che “Made in Italy” non è semplicemente una frase da apporre su un’etichetta, ma una vera e propria favola di cui tutti noi dovremmo essere fieri.

Carla Di Franco

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