La CRISI del SETTORE NAUTICO

Come spesso accade nel nostro paese, stiamo lasciando che un’altra nostra eccellenza, la nautica, vada alla deriva (mai espressione fu più appropriata). Da sempre siamo i numeri uno al mondo nella produzione di barche tra i 30 e i 50 metri (per quelle di lunghezze superiori veniamo dopo olandesi e tedeschi). Purtroppo, queste grandi barche vengono vendute quasi totalmente all’estero, mentre la domanda interna è sempre stata rivolta alle imbarcazioni medio-piccole. Se, da un lato, produzione e vendita dei grandi yacht (> 30 m) hanno subito “solo” un rallentamento della crescita, dall’altro il comparto del medio-piccolo ha fronteggiato (e continua a farlo tuttora) una vera e propria contrazione. Ed è questo il motivo principale della crisi (nera) in cui è sprofondato il settore nautico italiano: in Italia non si comprano più barche. Dal 2009 ad oggi, il fatturato del settore è precipitato del 59% e la produzione ha fatto anche peggio, registrando un terrificante -88%; in aggiunta, gli ordini sono calati del 14%, a fronte di un calo globale del 5%, a testimonianza del fatto che la crisi è sicuramente mondiale, ma in Italia ha raggiunto proporzioni notevolmente superiori. Se il quadro non fosse ancora sufficientemente desolante, basti considerare che il contributo del settore al PIL nazionale era pari al 3,6% nel 2007 mentre oggi (dati 2012) raggiunge un misero 1,3%.

Viene da chiedersi, quindi, perché la nautica stia soffrendo così tanto nel nostro paese più che in qualsiasi altro. Sostanzialmente, la risposta è semplice: le imbarcazioni medio-piccole, più che quelle grandi, sono le vittime principali del decadimento della cultura nautica del nostro paese, cosa che sembra paradossale se si pensa al passato glorioso dei nostri popoli. La passione per la barca è l’unica arma che può risollevare questo comparto: se le grandi imbarcazioni, infatti, sono destinate ai grandi ricchi, sempre di meno ma sempre più ricchi, per i quali le motivazioni all’acquisto raramente vedono al primo posto la passione, il comparto medio-piccolo è destinato a coloro i quali amano davvero la barca, da utilizzare per i week-end in famiglia o con gli amici e per le vacanze estive. Purtroppo, però, la crisi ha fatto sì che la barca divenisse il primo indiziato a perdere di importanza nella classifica delle priorità. Se a tutto questo si aggiunge il periodo di caccia alle streghe in cui è entrato da qualche anno il settore, allora il gioco è fatto.

Occorre, dunque, iniziare un processo di de-criminalizzazione del settore, per cui non valga più l’equazione barca uguale evasore e/o criminale ma, piuttosto, barca uguale appassionato di mare, come è nella grande maggioranza dei casi. Questo processo (per la sua natura perlopiù istituzionale) deve essere iniziato dallo Stato, attraverso i suoi Governi, i quali sono gli unici ad avere il potere di cambiare le cose. Innanzitutto, la prima cosa a cui viene da pensare è un ripensamento generale delle logiche di funzionamento del redditometro, troppo penalizzanti per il settore, seguito quindi da un razionamento dei controlli in mare. Recentemente, poi, è stata abolita la cosiddetta tassa di possesso sulle imbarcazioni che, quando venne introdotta dal governo Monti, fu la mazzata definitiva ad un settore già in gravi difficoltà (inizialmente era stata concepita come tassa di stazionamento e troppo tardivamente fu convertita in tasso di possesso: ormai il danno era fatto). Senza considerare, poi, la necessità di rivedere i costi degli ormeggi dei nostri porti, assolutamente troppo elevati se si pensa che, per esempio, dall’altra parte dell’Adriatico è possibile ormeggiare le proprio imbarcazioni a costi estremamente ridotti.

Solo attraverso questi aggiustamenti “istituzionali” sarà più facile dare una nuova immagine al settore nautico e favorirne la ripresa e un futuro sviluppo, così da fare in modo che la passione possa risorgere e risollevare un’industria che è, è sempre stata e sempre rimarrà un fiore all’occhiello del nostro paese.

Marco Paletta

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