50 Anni con Joel Meyerowitz

Solitamente gli applausi si fanno alla fine. Ma non è andata proprio così lo scorso sabato 26 ottobre all’Auditorium San Fedele. O meglio, non solo.

Joel

Joel Meyerowitz, fotografo americano di fama mondiale, è emerso dall’oscurità del palcoscenico, accolto dall’acclamazione di una platea colma. L’entusiasmo diffuso è andato crescendo per tutta la durata della sua lectio magistralis o, come ha preferito definire lui stesso l’incontro, il suo dialogo con noi.

75 anni di carisma, umiltà e passione per la sua Leica 35mm che porta con sé ovunque vada, anche quel pomeriggio sul palco. Perché non si può mai sapere chi incontrerà, che cosa accadrà. Proprio come quando, tre giorni prima dell’11 settembre, aveva osservato lo skyline newyorkese, pensando di poter immortalare le Torri Gemelle quando voleva.

In un’ora intensa ci ha fatto ripercorrere i vari stadi della sua vita dal 1962 alla tragedia del 2001, illustrando come in questi 50 anni la sua fotografia si sia evoluta e sia diventata sempre più consapevole.

Partendo dunque da un’esigenza di comunicare e condividere la propria interiorità, fu tra i primi ad utilizzare pellicole a colori, allora considerate meno nobili della scala di grigi. Joel comprese la potenza comunicativa del colore e decide di seguire il suo istinto.

Affascinato dall’egoismo frenetico delle metropoli, che permette di immortalare in un unico scatto l’energia che per pochi istanti intercorre tra persone senza alcun legame, si dedicò dapprima alla street photography. Iniziò a trascorrere le sue giornate per le strade di New York, intercettando espressioni e movimenti, sperimentando giochi di luce ed inquadrature, orchestrando sensazioni attraverso il suo obiettivo.

Decise poi di partire per tre mesi, girando gli Stati Uniti su un furgoncino Volkswagen con la sua macchina fotografice appoggiata sulle ginocchia. Guidando e, contemporaneamente, scattando dal finestrino più di 2000 paesaggi.

“Crime scene – no photography allowed”. Queste brusche parole interruppero Meyerowitz intento a fare un reportage poche ore dopo l’attentato al World Trade Center. Interruppero ma non fermarono: per nove mesi visse tra le macerie di quel “cimitero soleggiato” chiamato Ground Zero. Perché questo divieto significava “no history” e Joel non ne era d’accordo.

Joel2

Grazie a Leica Camera Italia per aver organizzato questa straordinaria lezione di vita. Grazie al Maestro Joel Meyerowitz per avermi fatto appassionare ancora di più a questa forma d’arte che già amavo.

“If you don’t have a camera, you don’t see it”.

Andrea Serafini

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