La strategia poco (con)vincente de “l’importante che se ne parli”

La Settimana della moda milanese è terminata da ormai una settimana e smaltito l’entusiasmo, scappati a Parigi buyer e giornalisti, spenti i riflettori sulle passerelle, per tutti è arrivato il momento dei bilanci.

C’è sicuramente un brand che più di altri dovrà, in questo momento, capire cosa nelle proprie scelte strategiche ha funzionato meglio e cosa sicuramente no: parliamo di Parah.

Brand italiano di costumi da bagno e intimo, in sessant’anni è riuscito a costruirsi un’immagine di etica e responsabilità e a raggiungere un fatturato che si aggirava attorno ai 30 milioni di euro nel 2010. Ha deciso quest’anno di sfilare come sempre sulle passerelle milanesi della moda donna, con una novità che aveva l’intenzione legittima di attirare l’attenzione – come dichiarato in un post del 19 settembre sul profilo facebook ufficiale del brand.

La novità portava il nome di Nicole Minetti, pagata 110 mila euro – numeri non confermati dall’azienda – per sfilare con uno dei bikini della nuova collezione.

Sul web la notizia ha scatenato l’inferno, prima sul blog di Parah, poi sul profilo facebook dell’azienda e le dichiarazioni del management nelle quali si spiegava il motivo di questa scelta pare abbiano soltanto peggiorato la situazione.

Oggi parliamo tanto di storytelling, della capacità delle aziende di raccontare i propri brand attraverso i valori che con essi vogliono veicolare. Il brand non è soltanto un marchio da apporre sui prodotti, non è un bel nome accattivante che attira l’attenzione. Il brand è un’emisfero sensoriale, un insieme di sentimenti e aspettative.

Attirare l’attenzione è sicuramente il fine  ultimo di tutte le aziende, il passaggio obbligato prima ancora della vendita.  Far parlare di se è uno dei modi  per aumentare il fatturato. Viene da chiedersi, però, se  nell’era dei social media, del consum-autore, del prosumer, possiamo ancora pensare che la strategia “l’importante che se ne parli” possa essere una via perseguibile e non un bumerang dalla forza devastante.

Se lo scopo di Parah era far parlare di se, sicuramente l’obbiettivo è stato centrato: la rete si è scatenata, la televisione italiana ne ha parlato per giorni, i quotidiani hanno pubblicato quasi tutti la foto del bikini indossato dal consigliere lombardo.

Il come se ne sia parlato, però, è tutto un altro film. Il marchio durante questa Milano Fashion Week non ha raccontato soltanto dei suoi bikini, di colori fluo, di bianco e nero, di innovazione nel tessuto, di vestibilità ma anche di prostituzione minorile, di politica poco “trasparente”, di intercettazioni, di bunga bunga.

Fonte: google images

Legare il proprio nome ad un volto famoso comporta sposare non soltanto l’immagine esteriore di quel volto ma anche tutto quello che è la storia del personaggio famoso.

La domanda allora viene spontanea: Nicole Minetti incarna i valori del gruppo Parah?

Se la risposta fosse si, il bilancio del management e dei consulenti di comunicazione sarebbe molto positivo, in caso contrario la scelta potrebbe rivelarsi la peggiore mai fatta in sessant’anni di storia aziendale.

Voi cosa ne pensate? L’azienda rischia davvero un boicottaggio come promettono i consumatori sul web?

Natascia.

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