L’architetto della moda

Gianfranco Ferrè come molti altri stilisti, ad esempio anche Roberto Capucci e Tom Ford, ha seguito un percorso personale a cavallo tra la moda e l’architettura.

Laureatosi nel 1969 in Architettura al Politecnico di Milano è da sempre stato attratto dal mondo degli accessori ed ha presto avuto la possibilità di collaborare con Walter Albini e Christane Baily. A tutto ciò è seguita la pregnante esperienza di vita in India, dopo la quale nel 1978 fonda la sua maison e dal 1989 parte l’ esperienza nel nome Christian Dior.

La “progettazione” delle sue creazioni partiva spesso da forme molto semplici che venivano poi accostate in modo complesso od inusuale, un po’ come gli origami giapponesi. Così ebbe vita la sua ricerca sulla camicia bianca, un capo preso dal guardaroba maschile e reinterpretato per divenire assolutamente nuovo e femminile.

Una delle sue doti più grandi risiedeva poi nella conoscenza profonda della materia, riusciva a lavorarla e reinterpretarla tanto da riuscire a  nobilitare il nylon al livello di alta moda e viceversa utilizzando tessuti di pregio come il cammello come rivestimento interno.

Le sue creazioni erano in armonia tra vari mondi: design, arte e cultura. Ed in questo la moda restava il mezzo espressivo preferito in quanto sempre a cavallo tra rigore e fantasia era dunque anche fonte inesauribile per le sue creazioni.

      

Il suo essere architetto è poi una parte fondamentale della sua personalità e torna nella ricerca continua di suggestioni ed emozioni, in un linguaggio di segni e forme, di colori e materiali da esplorare continuamente.

Come ha affermato lo stesso stilista :

«L’abito è uno straordinario mezzo espressivo, uno strumento formidabile per la manifestazione della propria personalità, del proprio carattere, persino del proprio umore. In tempi di globalizzazione e massificazione, l’abito è anche e soprattutto un oggetto del desiderio, uno strumento per essere individui, per piacere e piacersi. Per essere se stessi».

L’abito dunque è espressione di sé per esprimersi e rapportarsi agli altri, un po’ come gli elementi di una città devono comunicare con ciò che li circonda.  Così l’intento era quello di comunicare un messaggio unitario, traendo i molteplici spunti che si presentavano al suo occhio da creativo e “demiurgo della moda” per renderli in una sintesi unitaria.

       

Penso sia apprezzabile il suo aver corso il rischio, l’essere uscito dalla prospettiva di una professione ed una vita più ovvia, per dedicarsi invece a ciò che lo appassionava di più, ma sempre usando gli schemi mentali ed il modo di pensare che solo una solida formazione può dare.

Questa è la “progettazione della moda”.

Roberto

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