CONFLICT FREE DIAMONDS

La testimonianza in aula di due rappresentati dell’azienda di alta gioielleria Damiani, mi ha fornito lo spunto per approfondire un delicato argomento sul quale mi ero già soffermata nell’approccio con il settore orafo e orologiaio: l’etica legata al processo di estrazione e di commercializzazione dei diamanti.

A questo proposito, Damiani, ha preso parte ad un’iniziativa internazionale promossa dall’ONU, che regolamenta le dinamiche di immissione nel mercato di queste preziosi: il Kimberley Process (KPCS), un accordo di certificazione volto a garantire che i profitti ricavati dal commercio di diamanti non vengano usati per finanziare guerre civili.

Un minatore raccoglie il frutto del suo lavoro nella miniera di Marange (fonte Jewelry News Network)

Il suddetto accordo, che porta alla nascita dello schema di certificazione KPCS, ha origine nel maggio del 2000, con una conferenza a Kimberley, in Sudafrica, per discutere il legame problematico tra produzione di diamanti e conflitti nei paesi d’origine; attualmente vi aderiscono 69 Paesi, organizzazioni non governative e operatori di settore.

I requisiti che uno stato deve soddisfare per poter partecipare allo schema di certificazione sono :

▪       che i diamanti provenienti dal paese non siano destinati a finanziare gruppi di ribelli o altre organizzazioni che mirano a rovesciare il governo riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite;

▪       che ogni diamante esportato sia accompagnato da un certificato che provi il rispetto dello schema del Kimberley Process;

▪       che nessun diamante sia importato da, o esportato verso, un paese non membro del Kimberley Process.

Tuttavia c’è chi sostiene però che tutto questo non basti: il primo enorme punto debole, secondo alcune associazioni come Maendaleo, è che il sistema si applica solo ai diamanti grezzi, non a quelli tagliati e usati in
gioielleria. Per i trafficanti è relativamente semplice far entrare i diamanti già tagliati sul mercato, dal momento in cui la pietra è tagliata diventa infatti impossibile ricostruirne con certezza la provenienza (cosa possibile finché la pietra è grezza).

Secondo punto debole oggetto della critica è rappresentato dal fatto che il sistema di certificazione si applica a lotti di diamanti, non a singole pietre: è vero che gli Stati devono garantire che l’import/export avvenga tramite speciali contenitori sigillati e a prova di manomissione, devono raccogliere e scambiare dati statistici su produzione e commercio dei propri diamanti, devono utilizzare i formulari doganali uniformi approvati dal Processo di Kimberley, ma è ugualmente abbastanza semplice immettere nei lotti diamanti di provenienza illecita.

Inoltre, al momento della vendita di gioielli con diamanti la fattura dovrebbe essere accompagnata da una garanzia scritta attestante che l’origine delle pietre è al di sopra di ogni sospetto; invece, la maggior parte dei gioiellieri pur presentando i prodotti come “conflict-free”, non hanno in realtà accesso alla documentazione preparata da importatori e tagliatori, né purtroppo mostrano, in linea generale, molto interesse nell’esigerla.

Tra le possibili soluzioni campeggia anzitutto la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sia per quanto riguarda i consumatori, che dovrebbero essere maggiormente informati sui risvolti drammatici del ciclo di vita di un gioiello e dunque pretendere le adeguate certificazioni, sia per quanto riguarda  i gioielleri,  i quali dovrebbero esigere ferreamente tutte le garanzie di provenienza del prodotto, consci del valore aggiunto di emettere un servizio migliore perché volto all’etica.

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